SERGIO BORELLA

50 anni di pittura ecologica

Informazioni

Sergio Borella

Il segno di un pittore "ecologico"

Sergio Borella nasce a Milano nel 1939 e trascorre l'infanzia a Bore in provincia di Parma. Nel 1950 ritorna a Milano dove frequenta l'Accademia di Brera. A 28 anni si trasferisce a Firenze dove compie svariate esperienze artistiche: dall'informale al realismo e astrattismo. Dopo la permanenza a Londra negli anni 1973 e '74 ritorna a Firenze dove matura l'idea centrale della sua pittura ecologica.

Nome:

 

Sergio Borella

Telefono:

 

+39 391.7311307

Indirizzo:

 

Monte San Savino AR Tuscany

Rassegna Critica

Tommaso Paloscia

In un momento come questo, in cui va destandosi da lungo letargo la coscienza ecologica degli italiani...

Dino Pasquali

Quasi a voler sovvertire le scelte “nobili e poetiche” – non sempre – operate dai fiamminghi...

Claudio Gualandri

L’ambiente non è per lui il posto dove metter su casa, ma è anche il tema centrale attorno al quale è ruotata tutta la sua produzione..

G. Tony Hoffman

Schivo, taciturno ma sinceramente simpatico, così mi è apparso Sergio Borella, pittore nato a Milano, come lo scrivente...

Michele Loffredo

Michele Loffredo, storico e critico d’arte, laureato all’Università degli Studi di Napoli in Storia dell’Arte e specializzato all’Università di Siena in Arte Contemporanea. 

Nei ruoli del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, è funzionario storico dell’arte presso la Soprintendenza di Arezzo, responsabile del Valdarno e del Casentino e direttore del Museo Statale di Casa Vasari. 

Dal 2002 al 2009 è stato consulente d’arte contemporanea della Regione Toscana per il territorio della Provincia di Arezzo. Saggista e conferenziere, ha curato più di un centinaio di mostre e numerose pubblicazioni.

fonte AUTORI

la coscienza ecologica degli italiani

 

...simbolo della rivalutazione del rapporto uomo-ambiente

 

 

 

Tommaso Paloscia

Critico

In un momento come questo, in cui va destandosi da lungo letargo la coscienza ecologica degli italiani, la pittura di Sergio Borella viene assunta da più parti a simbolo della rivalutazione del rapporto uomo-ambiente; vale a dire di un rapporto che, consunto dal degrado dell’educazione e delle abitudini, è divenuto il riferimento più drammatico alla umiliazione subita dalla civiltà stessa del paese. Non vorrei tuttavia che, esaltandone unicamente i contenuti, si diminuisse il senso o il valore di questa pittura che non è e non vuole essere pubblicitaria; e non ambisce a trasferirsi sui manifesti delegati a sbandierare gli ideali ecologici e le battaglie che vi sono connesse, ma vuole essere arte in assoluto e come tale esprimere ideali diversi: con un linguaggio affollato di simboli, certo, ma felicemente avviato a sviluppare uno di quei canali del surrealismo che tendono ad imparentarsi con l’allegoria. La finitezza delle immagini, che invoca il ricordo di linguaggi tradizionali dell’arte neoclassica, le forzature espressive che si assommano alla già evidente enunciazione linguistica in cui l’arte – anche se recupera, strumentalizzandoli, gli aspetti più familiari del reale – si fa eminentemente soggettiva, denunciano la complessità della preparazione e della formazione professionale di Borella. (…)
E non inganni il fatto che sia pittura piacevole e apparentemente facile da identificare e da capire: è un diaframma, questo, che perfidamente si interpone fra l’opera e il lettore. Infrangerne la consistenza per penetrare l’espressione e leggere l’opera senza ostacoli ingannevoli, vuol dire cercare di afferrarne correttamente il senso. Il che difficilmente coincide con l’assunzione “a scatola chiusa” o (nel caso di questa pittura accade sovente) con il lasciarsi trascinare, da una finalizzazione magari nobilissima, alla sola identificazione dei contenuti. Borella “dice” in effetti molte cose che vanno oltre quegli oggetti fedelmente descritti nei suoi temi preferiti; e molte altre interessanti ne potrà esprimere al di là dell’evidentissimo concetto dell’incuria umana, aggiustando appena la sintassi del suo linguaggio che la esige impeccabile.

un fantasma lattescente, dal volto non connotato

 

...la caricatura marziale d’un manichino oblungo come la lancia che afferra

 

 

 

Dino Pasquali

Critico

Quasi a voler sovvertire le scelte “nobili e poetiche” – non sempre – operate dai fiamminghi in previsione delle loro poi celeberrime nature morte, Borella assume a protagonisti e/o deuterantagonisti delle proprie tele – meglio delle sue nutrite composizioni – una serie illimitata, eterogenea di cose e materie “povere”, rifiutate, gettate, scartate, spesso reperibili nei cimiteri nei cimiteri “oggettuali” e per nulla ecologici della civiltà dei consumi. Sono barattoli, monconi di biciclette, brandelli di stoffe, corde, cinghie, brani di giornali, legni d’aratri e falci (un monumento alla memoria della civiltà contadina?), calze femminili, rugginose lamiere e contorte, rami e tronchi d’albero rinsecchiti (tipo quelli che rimanda a terra la risacca del mare, o la corrente d’un fiume), levigati e coloriti sassi, scarpe dilacerate e via dicendo: insomma una sequela di ‘reperti’ senza vita, o che hanno cessato d’avere uno scopo per la vita dell’uomo. E fra di essi circola di quando in quando (magari previa citazione dall’opera di Dalì) un fantasma lattescente, dal volto non connotato, senza fisionomia: nella fattispecie la caricatura marziale d’un manichino oblungo come la lancia che afferra, il quale par ricordare l’immortale figura del cavaliere partorita dalla mente ancor più immortale di Miguel Cervantes de Saavedra.
Chissà se qualche Cavaliere non venga un giorno a far giustizia dello sperpero e dell’inquinamento che l’uomo contemporaneo commette ai danni della natura, e (in)consciamente di se stesso, divenendo spiritualmente viepiù simile ai tanti rottami che si vedono in giro e sui quali la pittura di Sergio Borella richiama la nostra attenzione, forse nella speranza segreta che questa diventi meditazione.

Schivo, taciturno ma sinceramente simpatico,

 

così mi è apparso Sergio Borella, pittore nato a Milano, come lo scrivente, il giorno che mi fu presentato dall’amico comune e collega Claudio Zeni

 

 

 

G. Toni-Hoffman

Giornalista

Schivo, taciturno ma sinceramente simpatico, così mi è apparso Sergio Borella, pittore nato a Milano, come lo scrivente, il giorno che mi fu presentato dall’amico comune e collega Claudio Zeni.
Era accompagnato dalla moglie, dolce, colta (anche lei pittrice) apparentemente remissiva e da due figli meravigliosamente belli e entrambi professionalmente artisti. Non avrebbero potuto fare altro, avendo respirato da sempre, aria impregnata di cultura.
Abbiamo subito familiarizzato parlando di pittura e di comuni amici e conoscenti. Forse il fatto di essere entrambi lombardi e per giunta milanesi ci ha giovato molto... ma sicuramente è stata l’Arte in genere e naturalmente la pittura che ci ha uniti subito.
Una cena nella sua casa ricavata da un rustico decadente e reso funzionale dall’amore per la natura unitamente al gusto per le cose belle, ci ha fatto scoprire alcune affinità elettive comuni. Dicevo dell’amore per la natura che pervade la vita di Borella... infatti lui entra prepotentemente in scena il tema ecologico. Anche se come dice Osvaldo Prandoni in apertura ad una bella monografia «certo non è il primo che tratta tale argomento», certamente, ma egli lo tratta con semplicità e colta umiltà, senza l’inveire arrogante di alcuni che hanno scelto «il colore verde» per la propria battaglia esistenziale.
Mi hanno ‘catturato’ le immagini della sue tele, dove i rifiuti abbandonati nell’ambiente, da persone che hanno cercato di bruciare il poco tempo loro a disposizione, in modo irragionevole e disordinato, sono presentati in maniera surreale ed iperrealistica» come le nature morte, dove egli però ha immesso una personalissima atmosfera (questo è il suo marchio) che completa l’equilibrio dei volumi.
Elementi quasi costanti delle opere del Borella sono i rami secchi, radici contorte, barattoli vuoti deformi, carcasse d’automobili e carta, tanta carta abbandonata - che credo debbano indicare lo stato d’animo dell’artista per l’indifferenza dell’uomo di oggi verso la bellezza della natura, del paesaggio. E qui riporto alcuni pensieri di Prandoni su Borella :”E’ un rimpianto verso le civiltà rinascimentali confermato anche dalla scelta di uno stile pittorico tradizionale”.
Devo sinceramente ammettere si potrà vincere la battaglia contro il degrado dell’habitat in cui viviamo, solamente con la crescita culturale e sociale dell’uomo nell’arte di Sergio Borella può essere uno dei veicoli di sensibilizzazione.

L’ambiente non è per lui
il posto dove metter su casa,

 

ma è anche il tema centrale attorno al quale è ruotata tutta la sua produzione pittorica...

 

 

 

Claudio Gualandri

Scrittore

L’ambiente non è per lui il posto dove metter su casa, ma è anche il tema centrale attorno al quale è ruotata tutta la sua produzione pittorica da diciotto anni a questa parte. Quanto più valido, sereno e positivo è il proprio ambiente di vita – esterno e interno, il paesaggio circostante e la famiglia – tanto più spazio per la speranza in un mondo migliore ci potrà essere nell’opera dell’artista, caratterizzata inevitabilmente e regolarmente da segni inequivocabili di degrado, rovina e inquinamento, ma non abbandonata alla rassegnazione. (…)
“Sono venuto via da Milano – afferma l’artista – per non avere più condizionamenti da altri pittori di Brera, per trovare una mia dimensione. Ero innamorato della Toscana e nel ’67 mi trasferii a Firenze. Nel ’73 soggiornai a Londra. Tornando in Italia, appena varcato il confine, ho sentito una sensazione stranissima, di confusione; per un mese o due non mi ci ritrovavo. Una notte sognai che dipingevo barattoli perché li vedevo sempre nelle scarpate mentre tornavo a casa. E’ stata una folgorazione. Un pittore cerca sempre qualcosa di nuovo, ma è molto difficile arrivare; per me questa scoperta fu una fortuna e rappresentava una svolta decisiva. Uno può essere bravissimo a dipingere, ma più o meno fa cose che già fanno gli altri; finchè non ha qualche cosa di suo, penso abbia poche soddisfazioni”. Parla e vicino a lui troneggia sul cavalletto l’ultima opera. “Periferia”, in cui il contrasto tra il degrado ambientale e la speranza di un miglioramento è dato dal colore, vivo, acceso, intenso: per accentuare la denuncia, ma anche per sottolineare che la luce e sinonimo di vita e di voglia di un domani migliore. La cupola di Brunelleschi è sullo sfondo, in primo piano giganteggia una bomboletta spray, uno dei principali responsabili dell’inquinamento dei nostri giorni. Mentre sfoglia il catalogo Borella illustra alcuni suoi lavori realizzati a olio e nel parlarne il volto si illumina e i suoi baffoni si drizzano orgogliosi. “Questo è La caccia, qui mi è venuta l’ispirazione andando a spasso nel bosco, ho visto un cartello di divieto investito da migliaia di pallini e mi è venuta l’idea di fare un quadro contro la caccia.” Da una vetrina lì accanto si notano alcuni dischi di musica classica e Borella subito puntualizza: “Per me la musica è un’arte incredibile, la metto al primo piano, perché riesce a far viaggiare la fantasia in una maniera che nessun’altra arte riesce a fare. Quando devo pensare, non soltanto musica, quando sto facendo il quadro invece diventa un elemento incredibile di forza”.
Ancora il tempo di un’annotazione sul progetto relativo a Don Chisciotte, eroe ambientalista moderno, e poi il commiato. Sulla porta di casa è appiccicato un adesivo recante un monito programmatico: “L’inquinamento è un fatto, non combatterlo solo a parole”.
L’arte può sicuramente recitare un ruolo importante in questo senso. Sergio Borella l’ha capito prima di tanti altri.

La pittura di Sergio Borella si slarga in una galleria di visioni di oggetti e luoghi familiari

 

a tratti però inquietanti per l’intensa capacità di evocare quotidiani abbandoni calati alle soglie di un universo metafisico.

 

 

 

Michele Loffredo

Storico dell'Arte

Nello scorrere i trentanove dipinti della Collezione Dell'Innocenti, la pittura di Sergio Borella si slarga in una galleria di visioni di oggetti e luoghi familiari, a tratti però inquietanti per l’intensa capacità di evocare quotidiani abbandoni calati alle soglie di un universo metafisico.
Sono immagini di nature morte artificiali, di rifiuti indegradabili, di plastiche, carte, manifesti, lattine, detersivi e così via, ma anche di foglie e rami, di ceppi nodosi, sassi e fiori secchi. Relitti umani accanto a relitti naturali, accostati da una sorta di complicità comune, di scambio simbolico oltre natura. Cose abbandonate, consumate e ora non più utili, ancora però dotate di vita e che offrono resistenza ad entrare nell’ultima camera della memoria, quella dell‘oblio.
La reazione al letargo della coscienza contemporanea e all’indifferenza verso la vita, in qualunque forma essa si presenti, naturale o artificiale, conduce l’artista a rivendicare il proprio ruolo, a rendere l’opera conseguente espressione del proprio sentire.
E' quindi una pittura di testimonianza critica incentrata sulle tematiche legate all'ecologia ed all'ambiente, sostenuta da una pratica pittorica rigorosa, di figurazione classica e non accademica, che deriva preliminarmente da una coerente scelta di vita e che rifluisce poi nell'attivita' artistica attestandosi in un ambito, da più parti riconosciuto, come “pittura ecologica”.
Naturalmente questa lettura si impone immediatamente al nostro sguardo, risaltando su di ogni altra ipotesi interpretativa. La centralità del messaggio assume rilievo predominante, ma credo sia proprio questo predominio che deve indurci a sospettare, a chiederci quali siano i significati profondi, per quali cammini l’artista guidi i suoi tratti distintivi, quali siano le strade che conducono all’opera, così da realizzarne una ricognizione complessiva.
Infatti l’aspetto ecologico non deve far passare in secondo piano altre tensioni, quali quelle pittoriche, dove possiamo giungere a comprendere più sottili verità, le sole a dar valore all’instancabile ricerca dell’artista e dell’uomo, di cui l’arte può farsi strumento efficace.
Così se l’opera di Sergio Borella può sembrare di facile conquista appare evidente, anche alla prima lettura, che nasconde un'impressione di insoluto, un richiamo ad una condizione che va sicuramente oltre la semplicistica etichetta di denuncia ecologica per accamparsi chiaramente in una osservazione sull’essenza e i rapporti delle cose, sul fluire incessante del tempo, sul nostro ruolo nell’universo. Da sempre, i fondamentali interrogativi dell’arte, qui richiamati in una dimensione cosmica, di problematica esistenziale.
Sergio Borella nasce a Milano nel 1939, trascorre l’infanzia a Bare, in provincia di Parma, ma già nel 1950 è di ritorno a Milano. Nel capoluogo lombardo frequenta l’Accademia di Brera, sotto la guida di Lucio Fontana dal 1957 al 1960. Subito dopo inizia a lavorare come illustratore, entrando a far parte dello Studio Dami, tra i maggiori del settore. A ventotto anni si trasferisce a Firenze, alternando l’attività di illustratore a quella di pittore.
A Firenze compie svariate esperienze artistiche, sperimentando ogni tipo di tecnica e stile, dalla macchia all’informale, dal realismo all’astrattismo, provando strade diverse con disciplina costante.
Per seguire la carriera di illustratore, si trasferisce a Londra dove lavora per le più importanti case editrici europee. Nel soggiorno londinese ha occasione di approfondire il suo bagaglio culturale, ma è nel 1967, di ritorno a Firenze, dove matura l’idea centrale della sua pittura.
Nell’attraversare i boschi intorno a Bagno a Ripoli, dove abitava, osserva le prime manifestazioni di degrado, le prime discariche a cielo aperto, i rifiuti sparsi nel verde, l’inquinamento che avanza, già fresco del confronto con la più educata Inghilterra. E’ lì che concepisce una pittura che sia anche impegno civile, non legata solo al mercato o alla ricerca di riconoscimenti del jet set artistico, ma che sapesse farsi carico di problemi reali ed urgenti. Questa scelta rispondeva all’esigenza sia di finalizzare la pratica artistica e sia di ritrovare la propria identità di uomo.
Dopo un breve soggiorno a Varese, Borella risponde di nuovo al richiamo della Toscana, trasferendosi, definitivamente da ormai un ventennio, nella quiete di Monte Sansavino. E lì che, tra estimatori e amanti d’arte, conosce Giuseppe e Claudio Dell’Innocenti, padre e figlio, che diventano gli apprezzati collezionisti del ciclo di opere che va dal 1974 al 1994.
La comprensione dell’arte non è innata, è innata la sensibilità, la capacità di potersi emozionare ad un messaggio, di poter vivere in comunione col mondo dell’artista. L’amante dell’Arte ritiene che questo sia un valore fondamentale per rendere la vita degna di essere vissuta. Il rapporto che si crea tra artista e collezionista è un momento magico. Il collezionista perché trova una verità che cercava, l’artista perché può darla.
Borella è un uomo schivo, di poche parole, ma sa ascoltare. Conoscendolo si ha l’impressione di una persona metodica e tranquilla. Invece la sua pittura dichiara che intimamente è indomito e partecipe del suo tempo.
Infatti afferma “Nei miei quadri porto la convinzione delle mie idee, della mia personalità, contrapponendo la bellezza della natura alle brutture della nostra società, brutture causate principalmente dalla maleducazione dell’uomo e dalla sua indifferenza”.
Per Borella il rapporto con l’arte è sempre stato improntato alla totale chiarezza d’intenti. Essa serve per manifestare idee, idee di non omologazione, di opposizione al consumismo divenuto teoria e pratica del mondo. Essa è inoltre considerevole per capacità dialettica, ma non si può ridurla solo a conseguimento estetico, vuotandola dei valori di testimonianza e partecipazione.
L’artista cerca di svanire dietro la sua opera, che rimane la concreta essenza del suo pensiero e suo lavoro, non c’è bisogno di altro, perchè la comunicazione deve perdersi nell’esperienza collettiva. Così da giungere ad una pittura che parli a tutti, e dove, come ebbe a dire un critico milanese, “E’ la prima volta che non leggo la traccia di un pittore!”.
Sergio Borella si dichiara soddisfatto per la capacità raggiunta di non segnare nessuna traccia apparente, di non professare il virtuosismo della personalità originale, tanto da richiamare alla mente certe esperienze di arte orientale dove l’artista annulla la propria impronta personale, in favore di linguaggio universale disciplinato dalla tradizione.
Così, questa assunzione di un ruolo impersonale, diviene il miglior stratagemma per l’artista savinese, infatti risponde bene anche alla sua dichiarata scoperta: dietro le tracce del degrado dell’uomo, il grande assente è proprio l’uomo.
Questa assenza pesa, come una spada di Damocle, sulle equilibrate composizioni, sull’armonia dei volumi, sulle espansioni del colore, tutte rese in un’oggettività neutrale, minimalista. Pesa sulle immagini e sulle visioni di ciò che la nostra epoca ha già lasciato in eredità ad un osservatore di un lontano futuro. L'uomo, quando vi appare, è quasi sempre come reperto archeologico, manichino marmoreo, o frammento illustrato.
Sergio Borella non si accampa nella generica denuncia, come i tanti che abbracciano la protesta verde, ma è sorretto da una sintassi espressiva consapevole, magistrale distillato dell’approdo a generi e linguaggi artistici che l’autore ha avuto occasione di sperimentare. 
Da più parti si è già osservato che la sua pittura si richiama alle suggestioni dal Surrealismo e dalla Metafisica, ma occorre anche sottolineare che non è una volontà programmatica che lo spinge ad operare in questa direzione, ma il risultato del lavoro attinto per altra via, quella della Natura Morta. Infatti è il bisogno di costruire un insieme diverso di oggetti e di brani visivi, apparecchiati secondo le regole della natura morta, che costruisce l’evento straniante di eco surrealista. Inoltre l’implacabile concisione delle raffigurazioni che determinano un’atmosfera metafisica, statica e misteriosa, è controllata nel non cedere alle seduzioni della pittura iperrealista, infatti non è freddamente fotografica, ma di certo sensibile ai registri dell’illustrazione, della grande illustrazione americana, primo fra tutti Norman Rockwell, a cui qualche dipinto, come Week-end, si intona.
Se dovessimo trovare riferimenti e conforto nel generi artistici potremmo quindi assicurarne l’ambito a quello della Natura Morta.
Risalta inoltre, con immediatezza disarmante, l'aspetto legato alla trascrizione non solo della grande lezione di un genere che ha trovato significative manifestazioni nel Seicento, dai napoletani agli olandesi, ma anche del riaffacciarsi degli insegnamenti del Purismo. 
Una pittura quindi caratterizzata da pulizia e semplificazione, che richiama collegamenti distanti, uniti però in una sintesi vigorosamente allegorica; inoltre scrutata in una fantastica condizione atemporale, al riparo dai cambiamenti, e che solo uno sguardo incantato ci permette di penetrare. 
Siamo interamente proiettati in un'altra dimensione simbolica. Oggetti, cose e figure perdono le loro misure naturali. Corolle di fiori giganteschi e manichini minuscoli dialogano a distanza ravvicinata con capitelli ionici, bottiglie di plastica rotte sovrastate da ritagli bruciati di giornale e corde. Gli oggetti sembrano assumere forme nuove, che prima non avevamo visto, assumono strani caratteri che li fanno sembrare abitanti esiliati di un mondo parallelo che si nutre di nostalgia.
Egli pone figure reali in composizioni dall’apparenza irreale. Vi sono rispettate le classiche regole compositive, gli oggetti vengono disposti con sagacia scenografica su un piccolo palcoscenico dove vivono quali interpreti di un malinconico dramma. Un teatro dai fondali evanescenti, dalle cortine atone, che danno rilievo agli immobili personaggi in primo piano.
Levando equilibri da dissonanze, custodisce le vestigia di un mondo insolito, un’archeologia del presente che lo rivela pittore colto e non di maniera, profondo conoscitore della regola artigianale e del suo farsi arte.
Per quanto la tematica della natura morta sia il filone portante, le scene non sono mai ripetitive, c’è un’incredibile varietà di rappresentazioni. L’artista non si ferma su radi oggetti, ma va esplorando il mondo, lo va conoscendo dalle sue spoglie, dalle lattine alle pagine aperte di riviste, dalle bambole di gomma ai sudari di carta, da resti di sculture ad arnesi contadini, restituendoci quello che siamo. 
Il suo occhio osserva tutto da una prospettiva distaccata: nel loro grado zero di reperto, industriale o naturale che sia, gli uni non scavalcano gli altri, solo per una magica casualità del destino, sembra che qualche elemento prevalga, a dare significato e titolo alla composizione, in realtà tutte le cose vivono un’esistenza di uguale valore. Nessuna sopravanza l’altra, tutte come sono a rassegnare lo stesso tipo di rapporto con mondo: il rifiuto.
Ed è proprio il rifiuto, inteso da tutti i punti di vista, che Borella mette al centro della sua poetica. E’ un’intuizione che gli permette di rendere oggettivamente i prodotti di questa società, senza nessun intervento se non quello di raccogliere le cose più disparate e raffigurarle, così come il mondo le ha dimenticate. Ma queste immagini di immondizie diventano, sotto la sua mano, ritratti eminentemente estetici, brani di ricordi, schegge di memorie, frammenti di storie, orme di esistenze passate.
Raccogliendo immagini di visioni interrogative, di dialoghi muti tra cose, li consegna ad una pittura magistralmente figurativa, dai toni caldi o freddi, ma sempre ovattati, albeggianti o crepuscolari, cieli preferiti dove si accampano queste taciturne rappresentazioni.
Infatti sembra che il padrone sia il silenzio, un silenzio commemorativo che aleggia in una sorta di et in arcadia ego moderna, dove vanno sparendo tutti gli attributi della classica raffigurazione agreste, sostituiti con ritrovamenti attuali, ma resta intatto il monito sulla vanità del mondo e sulla precarietà dell’esistenza.
Una pittura, quindi, che abita dimore filosofiche alte, per una testimonianza che origina dall’individuale per indicare una speranza salvifica universale.
Quasi a segnare un’ascesi mistica, pervasa da un sentimento di spiritualità che aleggia sulle figurazioni, restituisce opere in una sorta di pittura sacra, per quanto profani siano gli oggetti rappresentati.
Non solo miti infranti e utopie naufragate, ma anche la fede, quella affidata ai propri ideali che lo vedono ogni giorno, concentrato su se stesso, a preparare la tela, stendere i fondi, dare il colore, addolcire i toni, calare velature, sfumare, dipingere il suo tempo.


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MONTE SAN SAVINO – Rifiuti, plastiche, carte, lattine, e insieme fiori, foglie e rami. Oggetti artificiali e oggetti naturali, per una pittura che diventa anche riflessione, impegno, denuncia. Sono queste le opere di Sergio Borella, artista milanese, aretino d’adozione.
Il Progetto, “Il segno della natura” offre degli spunti verso un comportamento attento e civile verso la natura. L'idea di un "progetto didattico" nasce dalla volontà di far conoscere alle future generazioni il tema sempre attuale dell'ecologia intesa come rispetto verso la natura.

 

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Sergio Borella
 

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